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Suggerisco Dino Buzzati. Ma non penso sia famoso.
Ha scritto comunque uno dei più bei racconti d'amore che io ricordi. Un amore custodito nella memoria, da cui emerge come una vecchia abitudine mai smessa, un amore non vissuto, ma che sembra riempire la sua solitudine, e per cui l'uomo si dichiara pronto a rinunciare a tutto ciò che la donna, ormai lontana, non seppe capire e accettare di lui. Egli sembra per un attimo addirittura disposto a diventare altro da quello che è, un solitario sognatore introverso, pur di avere l'amata accanto a sè. Non lo farà, non lo fece neanche in passato, e rimane ad ascoltare gli scricchiolii che scendono dal tetto, guardando nuvole accompagnate dal vento, dalla musica, e dai quieti ricordi di impossibili Inviti superflui che non invia alla donna perduta, ma agli incantati lettori di oggi.
Ne ricopio la parte finale.
“Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare – ti prometto – gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili. Che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche dell'amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, ad essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo.
Ma tu – adesso che ci penso – sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.”
(da Inviti superflui in Dino Buzzati, Sessanta Racconti, Arnoldo Mondadori, Milano, 1958)
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